Con cinque balletti,
quattro nuovi e una ripresa di Aubade,
Maria Grazia Garofoli
rende omaggio al Novecento


Debutto il 13 maggio al Teatro Filarmonico di Verona nell'ambito della stagione lirica, sinfonica e di balletto della Fondazione Arena. Repliche il 14, 15. 16 e 17 maggio. Tra i protagonisti Olga Osina, Bojana Nenadovic Otrin, Giuseppe Picone, Gregor Atala e Denys Ganio. L'orchesta della Fondazione Arena è diretta da Frank Cramer. Di Anna Biagiotti i costumi
.


Aubade
Francis Poulenc (1899-1963) non è solo l’autore della musica di Aubade, lo è anche del libretto. Andato in scena per la prima volta a Parigi il 19 giugno 1929 in un salone della residenza del visconte de Noailles con la coreografia di Bronislava Nijinska (1891-1972), sorella di Nijinsky, il balletto è – come ha lasciato scritto Poulenc – “un concert chorégraphique per pianoforte e diciotto strumenti che devono essere collocati sulla scena”.
La vicenda narrata da Poulenc è quella di Atteone, abilissimo cacciatore che dopo avere incontrato Diana viene trasformato in cervo e infine sbranato dai cani della dea.
Dopo la Nijinska, hanno ripreso questo balletto – usando la musica di Poulenc – George Balanchine (Parigi, 1930), Serge Lifar (Montecarlo, 1946) e Heinz Rosen (Monaco 1961).
Del libretto di Poulenc Maria Grazia Garofoli conserva poco o nulla: scompaiono sia Atteone che Diana e la mitologia lascia il posto ad antiche ritualità pagane. Parallelamente la caccia perde la sua ancestrale funzione di necessità e diventa metafora del rapporto uomo-donna che vede l’uomo cacciatore e la donna preda. Ma non è detto che le cose stiano sempre così.

Malgré tout
Questo balletto può essere definito una sorta di Spectre de la rose alla rovescia. Nello Spectre de la rose di Michel Fokine del 1911 su L’invitation à la valse di Carl Maria von Weber orchestrata da Berlioz una fanciulla torna, dopo un ballo, nella sua camera con una rosa in mano e si addormenta su una poltrona sognando di ballare con un uomo bellissimo che pare aver preso vita dal fiore. Al risveglio, meravigliata e turbata, raccoglie con tenerezza la rosa che durante il sonno le è scivolata di mano. Questo capolavoro di Fokine ripropose, nell’interpretazione di Tamara Karsavina e Vaslav Nijinsky in un periodo che rivoluzionò completamente i principi della danza, i canoni romantici della fanciulla sognatrice rivisitandoli però con gusto impressionista. Ribaltando quell’edizione e numerose riprese successive Maria Grazia Garofoli sostituisce alla fanciulla sognatrice un uomo maturo che, ammaliato da una donna bellissima, nell’attenderla seduto su una poltrona, vede tre rose materializzarsi in tre donne che sono state molto importanti per lui: la prima con il candore romantico di una Giulietta, la seconda impeccabilmente perfetta nel suo tutù ottocentesco, la terza con movenze sensuali da Mille e una notte. E al risveglio non mancheranno le sorprese.

Narcissus
Nel 1911 Fokine, oltre a Le spectre de la rose e a Petruska, firma Narcisse che va in scena a Montecarlo il 26 aprile nell’interpretazione dei Ballets Russes, protagonisti Tamara Karsavina, Bronislava Nijinska e Vaslav Nijinsky, musiche di Nicolaj Cerepnin (1873-1945), compositore russo che fu maestro di Prokofiev. La vicenda è quella di Narciso che, tutto preso a specchiarsi nell’acqua e a contemplare se stesso, trascura la ninfa Eco che lo ama. Invocata da Eco e dalle sue compagne, la dea Nemesi trasformerà Narciso in fiore. Sostituendo alle musiche di Cerepnin il celeberrimo Prélude à l’après-midi d’un faune di Debussy e guardando alle Metamorfosi di Ovidio più che al libretto originario di André Bakst, Maria Grazia Garofoli fa dell’immagine di Narciso riflessa un “se stesso” donna dando ulteriori valenze alla vicenda del celebre personaggio della mitologia greca.

Le baiser de la fée
Nel 1927 Ida Rubinstein (danzatrice e direttrice della compagnia che portava il suo nome) propone a Stravinsky di comporre un balletto con musiche dal sapore ciaikowskiano. Stravinsky, che ama Ciaikovsky, accetta e si mette al lavoro. Trovata l’ispirazione nella fiaba La fanciulla di ghiaccio di Hans Christian Andersen, ne ricava il libretto e lo mette in musica. Nasce così Le baiser de la fée che la compagnia della Rubinstein mette in scena a Parigi il 27 novembre 1928 con la coreografia della Nijinska. Fiaba e balletto narrano la storia di una mamma che muore assiderata nella neve stringendo a sé il suo bambino. E morirebbe anche il bambino se non intervenisse la Fata dei ghiacci che gli mette un talismano al collo e lo bacia in fronte. Salvato e adottato dagli abitanti di un villaggio, il bimbo vi cresce felice e, diventato un bel giovane, si fidanza con la figlia del mugnaio. Ma alla vigilia delle nozze la Fata dei ghiacci si presenterà a lui e lo costringerà a seguirla nel suo mondo glaciale reclamandolo tutto per sé per via di quel bacio che vent’anni prima l’aveva consacrato a lei. Numerose le riprese di questo balletto: le più celebri, a partire dal 1935, di Frederick Ashton, George Balanchine, Nikolas Beriozoff, Kenneth MacMillan, Ronald Hynd, John Neumeier, Evgheni Polyakov, Maurice Béjart, David Bintley e Micha van Hoecke.

Figi
«Può una ripresa del celeberrimo Bolero di Ravel – si chiede Maria Grazia Garofoli – intitolarsi Figi come le isole del Pacifico? Il buonsenso suggerisce no, non c’è dubbio. Eppure qualcosa mi spinge là più che alle pulsioni erotiche che, dalla prima del Bolero (Opéra di Parigi, 1928) a diversi allestimenti successivi, hanno contraddistinto questo balletto. Sia la gitana che ballava su un tavolo rotondo facendo cadere in estasi i ballerini attorno a lei nel 1928, sia la celeberrima edizione di Béjart del 1960 anch’essa giocata su un tavolo rotondo, avevano in sé una forte carica di eros. Che non è – dal greco éros, amore – solo sessualità, erotismo. È anche, nella psicanalisi freudiana, l’istinto di vita contrapposto a thanatos, l’istinto di morte. Proprio questo istinto di vita, di autoconservazione mi ha portata alle isole Figi. Ecco come. Con qualche debito letterario a 1984 di George Orwell, a Il mondo nuovo di Aldous Huxley, a Fahrenheit 451 di Ray Bradbury e ad altre pietre miliari di quel filone narrativo che ipotizza futuri disumani e angoscianti (da Robert Sheckley a Philip Kindred Dick, da Frederik Pohl al nostro Corrado Alvaro autore dell’Uomo è forte) e con un grande debito cinematografico a Secret Cinema (1968) di Paul Bartel, nel 1998 esce The Truman Show di Peter Weir. Il film racconta la storia di Truman Burbank (interpretato da Jim Carrey) che dopo una trentina di anni di vita tranquilla e incolore nell’agiata comunità suburbana di una grande isola, si accorge improvvisamente di essere l’unica persona vera (gli altri sono tutti attori) di un reality show allestito in uno studio televisivo grande come un’intera regione e che ha il supporto di oltre cinquemila telecamere. Il tutto sotto la guida del produttore-regista Christof interpretato da Ed Harris. Prendendo vagamente spunto da The Truman Show ho fatto delle isole Figi un luogo ideale, simbolo di libertà. È qui infatti che Truman vorrebbe recarsi per ritrovare Lauren, ragazza di cui si era a suo tempo innamorato e per questo estromessa dal set con la scusa di un trasferimento alle isole Figi. Le iterazioni della musica di Ravel diventano così – conclude la coreografa – sottolineature a intruppamenti di massa in stile Grande Fratello orwelliano, ma l’amore, col suo incontenibile anelito alla libertà, lascia aperte le porte alla speranza».