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Il 16, 17 e 18 aprile 2008 alle ore 10.30 al Teatro Nuovo di Verona va in scena Histoire de Babar di Maria Grazia Garofoli sulla musica omonima di Francis Poulenc. L'esecuzione è del corpo di ballo della Fondazione Arena, le musiche sono eseguite dal vivo dall'Orchestra del Conservatorio "Dall'Abaco" diretta da Piercarlo Orizio, la voce recitante è di Paolo Valerio.
Bambini che semplicemente
giocano a Babar
di Maria Grazia Garofoli
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Babar (che appare per la prima volta nel 1931) molti di noi se lo portano dietro dallinfanzia e dalla giovinezza. Insieme ad altri personaggi di quel prolifico filone franco-belga che ci ha regalato, tra gli altri, Tintin e il suo bianco terrier Milù (1929), les amoureux di Raymond Peynet (1942) e il buon Asterix (1959). Di questi, Babar è sicuramente quello più ad hoc per i bambini. Già nella sua genesi: ossia ladulto di turno (in questo mamma Cécile prima e papà Jean de Brunhoff poi) che nella realtà, non nella finzione narrativa, sinventa delle storie da raccontare ai bimbi, storie che vengono poi trascritte, disegnate e infine pubblicate. Un classico. Una cosa simile accade con uno dei più celebri libri inglesi per linfanzia: Il vento nei salici di Kenneth Grahame del 1908 di cui esiste tra laltro una bellissima traduzione italiana di Beppe Fenoglio uscita postuma nel 1982. Grahame, segretario generale della Banca dInghilterra, inizia a raccontare a suo figlio Alastair, bambino con gravi problemi di salute, delle affascinanti storie di animali. Costretto, per ragioni di lavoro, ad assentarsi spesso da casa, continuerà nellimpresa scrivendogli le storie per lettera. Come i racconti dei coniugi Brunhoff, anche le storie di Grahame finiranno nero su bianco. Questa genesi tutta familiare del libro (comune ad altre pubblicazioni per l'infanzia) ha ispirato, nella finzione narrativa, le Favole al telefono di Gianni Rodari del 1960 dove un papà che per lavoro è spesso fuori casa, di sera telefona al suo bimbo e gli racconta una fiaba.
Nel caso di Babar questo coinvolgimento diretto e attivo del bambino (che ascolta ma dice anche la sua) nella stesura dell'opera non si ferma al libro. È il 1940. In un sonnolento pomeriggio estivo nella campagna francese il quarantunenne Francis Poulenc sta suonando il pianoforte. "Zio Francis, che musica noiosa, suona questo piuttosto!" lo interrompe la nipotina porgendogli il libro delle avventure dell'elefantino Babar, il primo, quello del 1931. Poulenc, che guarda al music-hall, al cabaret, all'estetica di Satie e di Cocteau più che a Debussy e a certa tradizione musicale, inizia a improvvisare al pianoforte atmosfere in sintonia con le storie del piccolo pachiderma. Per Poulenc (che già ha composto il balletto Les biches per Bronislava Nijinska, lopera religiosa Litanie alla vergine nera e uninfinità di sonate) non deve essere facile fronteggiare le insistenze della nipotina. Ci vorranno infatti ben cinque anni per arrivare alla quasi definitiva stesura. In una lettera del 1945 all'amico cantante Pierre Bernac così scrive Poulenc della sua Histoire de Babar per pianoforte e voce recitante: "Ho quasi completato il mio Babar, penso che sarà spassoso. Ho tentato di realizzare una sorta di mosaico e non diciotto piccoli brani isolati".
Anni dopo, nel 1962, il compositore Jean Françaix ne cura unorchestrazione che, ha scritto un musicologo, "tende ad addomesticare le non sempre facili linee musicali di Poulenc forzandone un po' la grande varietà ispiratrice ed enfatizzandone gli spunti umoristici come il mal di pancia degli elefanti o la danza viennese che sottolinea la visita in pasticceria". Sicuramente non ci sono nell Histoire de Babar quegli atteggiamenti didattici che contraddistinguono altre composizioni per linfanzia come Pierino e il lupo di Prokof'ev. Lopera di Poulenc, per quanto molto equilibrata nella sua successione di episodi spumeggianti e momenti meditativi, non fa molte concessioni al mondo infantile. "Resta sono sempre parole del musicologo la vena ironica, astutamente ammiccante di Poulenc che ci fa quasi sembrare un gigolò il piccolo Babar quando, sotto le ali protettive della vecchia signora, scandaglia Parigi a far spese per sé e per la sua amica Céleste". Alla luce di questa musica un po adulta, tuttaltra cosa rispetto alla musica bambina di Pierino e il lupo, ho cercato di rendere la vicenda il più possibile infantile. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata che la storia di Babar diventasse una sorta di storia di bambini che giocano. Così è stato. E immergendomi in quella prima storia del 1931 messa in musica da Poulenc, Babar, per fare un esempio, non va realmente in giro con la cabriolet rossa avuta in regalo, ma simula per gioco la guida dell'auto come facevano tanti anni fa i bambini quando, correndo a cavallo di lunghi bastoni, "guidavano" camion, moto e auto. In questa ottica ho quasi cercato un cammino a ritroso. Mi sono chiesta, ripensando al film d'animazione di Alan Bunce del 1989 (questo però ispirato soprattutto al secondo libro, al Viaggio di Babar del 1932) quanto giovasse guardare avanti, ai giorni nostri come ha fatto il regista canadese. Nel film, ricercando delle attualizzazioni, Bunce trasforma il numero musicale dello scimmiotto Zefiro (grande amico di Babar) nella parodia del "moonwalking" di Michael Jackson, fa riecheggiare in Rhino City, caposaldo dei bellicosi rinoceronti, le atmosfere spielberghiane del Tempio maledetto di Indiana Jones, riprende il finale del cartone animato Fievel sbarca in America di Don Bluth. Da questo punto di vista, anche se amo Spielberg, anche se in molti casi condivido le attualizzazioni, mi sento più vicina a Babar, il re degli elefanti, film d'animazione di Raymond Japelice del 1998 tratto dal libro del 1931, film che, detto in soldoni, fu un grosso flop nelle sale. Scrisse un noto critico in occasione dell'uscita italiana: "tutto è deliziosamente reso come nel libro, ma tutto è talmente semplice ed elementare da essere difficilmente apprezzato dai bambini d'oggi, abituati a colori, ritmi ed effetti di tutt'altro genere". A distanza di dieci anni da quel flop, penso che il film di Japelice vada rivalutato, e che sia tornato il momento di contrapporre al "nulla" di certi gratuiti effetti speciali la profondità delle cose semplici che sono tutt'altro che banali.
Nel caso della "saga" di Babar e dei suoi amici (sette libri scritti e illustrati da Jean de Brunhoff tra il 1931 e il 1937 e oltre trenta, il primo nel 1946, dal figlio Laurent) la semplicità è alla base di tutto. Anche se diventerà re, Babar resterà il bambino-uomo qualunque. Come gli eroi dei film di Alfred Hitchcock, o come il tenente Colombo.
La semplicità di Babar è anche grafica. Scrive lo storico dell'arte Ernst Hans Gombrich nel saggio Arte e illusione. Studio sulla psicologia della rappresentazione pittorica del 1960: "Con pochi segni Brunhoff sa dare l'espressione che vuole anche alla faccia di un elefante. Il suo tratto è sempre molto attento, molto breve. Non è mai verboso nel narrare la storia. Tutti i particolari, ricchissimi, sono sullo sfondo".
Dietro la semplicità si celano spesso grandi cose. Inaspettate, nel caso di Babar. Tanto per cominciare, dietro la vecchia e ricca signora felice di aiutare gli altri c'è la prozia Léonie di Du côte de chez Swamm di Marcel Proust, una prozia che simboleggia la mondanità e i modi all'antica e possiede un patrimonio di conoscenze che ama comunicare ai giovani. E Proust, per Jean de Brunhoff, è un idolo. Parecchi si sono invece chiesti cosa ci sia dietro l'iniziale uccisione della madre di Babar ad opera di un cacciatore. Un evento cruento comune ad altre storie: in primo luogo Bambi di Felix Salten del 1923, libro traslato in film dalla Walt Disney nel 1942. La risposta, indiretta, c'è nel saggio Il mondo incantato di Bruno Bettelheim sull'importanza psicopedagogica della fiaba. "Soltanto uscendo nel mondo l'eroe della fiaba (il bambino) può trovare se stesso". Una volta lontano dalla giungla dove gli hanno ucciso la madre, Babar, giunto a Parigi, inizia così a conoscere il mondo e impara a destreggiarsi in tutte le occasioni. A seconda della situazione, è flemmatico o propenso a gettarsi nell'avventura. E avendo saputo affrontare il male e l'avversità già la prima volta con successo, continuerà ad affrontarli allo stesso modo.
Parlavo prima dei film d'animazione di Bunce del 1989 e di Japelice del 1998 giunti entrambi in Italia. In realtà Babar esordisce nel cartone animato nel lontano 1968 grazie a Lee Mendelson e Bill Melendez, produttori anche dei film di Snoopy, Charlie Brown e company. Titolo di questo primo special (molto fedele all'originale di Jean de Brunhoff) è Babar the Little Elephant e si avvale delle voce narrante di Peter Ustinov. Tre anni dopo, Mendelson e Melendez producono Babar comes to America mettendo assieme Il viaggio di Babar (1932) di Brunhoff padre e Babar en Amerique (1965) di Brunhoff figlio. Narratore è ancora Peter Ustinov che questa volta dà anche la voce a tutti gli elefanti. Il successo di pubblico non è granché ma sono due piccole produzioni di altissima qualità. Piccolo e di qualità anche il cartone di produzione canadese del 1986 con Babar che ha la voce di Jim Bradford.
Ma il ricco bestiario elefantesco dove Babar (il "piccolo buon elefante" dell'infanzia europea) è il re assoluto in compagnia di Dumbo, non finisce qui. Oltre all'elefantino volante Dumbo dell'omonimo film prodotto dalla Disney nel 1941 ispirandosi a un quasi anonimo raccontino riportato sul retro di una scatola di cereali, inno alla diversità che può essere volta al meglio, i cartoon ci propongono tanti altri simpatici pachidermi.
Il primo, in ordine cronologico, è il buonissimo Horton del cartone Horton hatches the Egg (1942) tratto dall'omonimo romanzo di Theodore Geisel, elefante fedelissimo alla parola data il cui motto è "io intendevo quello che ho detto e ho detto quello che intendevo". C'è poi l'insofferente Sidney che si ciuccia la proboscide, ha paura di tutto ed è infastidito dai rumori della giungla. Chiamato anche Silly Sidney e Sick Sick Sidney, nasce nel 1958 e vince subito un Oscar. È invece del 1960, con marchio della Walt Disney, il microscopico Golia II, elefantino piccolissimo che non ha paura dei topi ed è protagonista dell'omonimo cartoon dove salva i grossi pachidermi del suo ex branco da un terribile topino. Passando in Italia c'è l'elefantino Billo che insieme all'amico bambino Tappo è protagonista, a partire dal 1965, dei caroselli per la Crodo. E infine il preistorico elefante volante Bunjee creato da Hanna e Barbera nel 1984 ispirandosi al romanzo The Bunjie Venture di Stan McMurty.
Sono dunque tanti i "colleghi" di Babar, tutti in qualche modo legati alla simbologia che connota l'elefante come animale saggio, forte, sapiente e portatore di buoni auspici. Attributo del dio Mercurio in virtù della sua intelligenza, l'elefante dà il volto, nell'induismo, al dio della scrittura e della sapienza. E se un elefante bianco annuncia la nascita di Buddha, Adamo può essere salvato solo da Cristo, "l'elefante spirituale e sacro". Ma legata all'elefante c'è anche la felicità. L'espressione "a cavallo di un elefante" come spesso sono gli eroi del mito, significa nella lingua cinese "felicità". E per i danzatori che giocano a rappresentare la storia di Babar, c'è in primo luogo la gioia di divertirsi.
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