Al Teatro Romano insieme nel 2002
Maria Grazia Garofoli ricorda Maurice Béjart


VERONA - È il 23 agosto 1975: il Ballet du XX Siècle, la compagnia fondata da Béjart nel 1960, arriva per la prima volta a Verona, in una stracolma Arena per proporre la IX Sinfonia di Beethoven. Inizia lo spettacolo e inizia anche a piovere ma il pubblico non vuol sapere di andarsene. L’orchestra ovviamente non può suonare sotto la pioggia. Si decide di usare una musica registrata: su questa viene ripreso lo spettacolo. La pioggia continua, il pubblico resta al suo posto e lo spettacolo arriva alla fine. Due anni dopo la compagnia di Béjart torna in Arena con Golestan, V come… e Bolero: tra gli interpreti Jorge Donn (il prediletto di Béjart), Maguy Marin e Carla Fracci ospite-protagonista in Bolero. In entrambe le occasioni la programmazione è dell’allora Ente Lirico. Nel 1980 la compania di Béjart torna per la terza volta in Arena, questa volta sotto l’egida dell’Estate Teatrale. Sono anni particolari: Béjart riempe stadi, parchi, auditorium da ventimila persone e luoghi meravigliosi come piazza San Marco a Venezia. I suoi spettacoli sono come i concerti rock. Per questo il Teatro Romano non basta, serve l’Arena. Ed è l’ennesimo trionfo: con Gaité parisienne, La sagra della primavera e il Bolero interpretato questa volta da Jorge Donn. Altre tre volte la compagnia di Béjart – che intanto è diventata Béjart Ballet Lausanne – torna a Verona. Sempre però (i tempi sono cambiati) nello spazio più intimo e contenuto del Teatro Romano, e sempre con lui presente a conferma del suo grande amore per Verona. Nel 1988 con un programma che abbina due suoi cavalli di battaglia come Dionysos e Romeo e Giulietta (che nel 1966 era divenuto simbolo del "fate l'amore, non la guerra" nell'interpretazione di Rita Poelvoorde) a una novità piuttosto cervellotica, un balletto (con costumi di Gianni Versace presente in platea) che mette assieme Patrice Chéreau, Mishima ed Eva Peron. Nel 1997 con l’Art du pas de deux, Il mandarino meraviglioso e un nostalgico omaggio a Nino Rota dove appare anche in scena. E infine nel 2002 con Enfant-roi, omaggio ai tre re-bambini Luigi XIII, XIV e XV e con L’uccello di fuoco, suo indimenticabile capolavoro del 1970 ma volutamente depauperato, trentadue anni dopo, delle sue valenze rivoluzionario-ideologiche. Quasi volesse, Béjart, sottolineare con amarezza una sorta d'impossibilità dell'"impegno politico" in un mondo sempre più propenso ad accantonare arte e pensiero. Proprio nel 2002 mi trovo per l’ultima volta fianco a fianco con lui. La compagnia areniana da me diretta e quella di flamenco di Marìa Pagès sono in cartellone in agosto. Béjart e il Nederlands sono invece in programma in luglio. Comunque c’incontriamo: c’è anche il comune grande amico Boris Trailine, da sempre l’impresario di Béjart. Per l’ultima volta vedo e saluto questo grande maestro del Novecento.