6-7-8-10-11 maggio 2011 Teatro Filarmonico

Omaggio a Rota
nuovo allestimento della Fondazione Arena di Verona
coreografie Maria Grazia Garofoli
musiche Nino Rota
orchestra diretta da Marcello Rota


Le Molière imaginaire (suite)
Interpreti Principali
Gregor Hatala, Scilla Cattafesta, Ghislaine Valeriani, Vito Mazzeo

Romeo e Giulietta (estratti orchestrati e arrangiati da Fabrizio Francia)
Interpreti Principali
Antonio Russo, Ilenia Montagnoli, Vito Mazzeo

La strada
(suite)
Interpreti Principali
Letizia Giuliani, Mick Zeni, Gregor Hatala, Vito Mazzeo



Nel caso di Rota, rendergli omaggio nel centenario della nascita è un’impresa che rasenta l’impossibile. I suoi capolavori musicali sono tantissimi. Gli si potrebbero tranquillamente dedicare più omaggi distinguendo tra colonne sonore, musiche per il teatro, composizioni ballettistiche, opera lirica, musica vocale, musica da camera e composizioni per orchestra. Molte sono le melodie di Rota che, memorizzate nel corso degli anni, ci risuonano di tanto in tanto nella mente riportandoci a momenti salienti e indimenticabili della storia della cultura e dello spettacolo. Dagli ironici ottoni in 8,e mezzo di Fellini all’inedito valzer di Giuseppe Verdi da lui orchestrato e inserito nella colonna sonora del Gattopardo di Visconti, dal malinconico tema della Dolce vita di Fellini al giocoso Giornalino di Gian Burrasca della Wertmüller che nell’Italia industriale del 1964 (quando la televisione era tutt’altra cosa) riportò in auge la pappa col pomodoro della tradizione contadina. E, ancora, le struggenti note della tromba e del violino nella Strada di Fellini, la colonna sonora di Romeo e Giulietta di Zeffirelli con i suoi richiami alle musiche liturgiche e al medioevo, il nostalgico tema d’amore del Padrino di Coppola, la divertente marcetta del quarto atto del Cappello di paglia di Firenze scandita dal buffo soldato che starnutisce e si lamenta… sono davvero tante le musiche di Rota entrate, grazie anche a prestigiosi riconoscimenti internazionali tra cui il premio Oscar nel 1974, nella storia mondiale della musica del Novecento.
Per rendergli omaggio la cosa migliore era dunque iniziare un lavoro di sottrazione lasciando fuori, con grande rammarico, melodie capaci d’incantare, divertire, far sognare, commuovere. Un primo passo è stato privilegiare le due più celebri musiche di Rota espressamente create per la danza. Una è quella del balletto La strada di Mario Pistoni messo in scena alla Scala il 2 settembre 1966, dodici anni dopo l’uscita del film, con Carla Fracci (Gelsomina), Aldo Santambrogio (Zampanò) e lo stesso Pistoni (il Matto). Balletto che fu ripreso, il 7 marzo 1987 proprio al Filarmonico, con Oriella Dorella nel ruolo di Gelsomina, Cristian Craciun in quello del Matto e con Pistoni che interpretava Zampanò. L’altra è quella del Molière imaginaire commissionata a Rota da Maurice Béjart per l’omonimo balletto andato in scena in prima assoluta il 3 dicembre 1976 a Parigi, alla Comédie Française, nell’esecuzione del Ballet du XXe Siècle. Accanto all’attore Robert Hirsch erano in scena, tra gli altri, Rita Poelvoorde e Jorge Donn. Dovendo aggiungere a questi due “pilastri” della produzione ballettistica di Rota un terzo tassello, subito ho pensato alle musiche per il film Romeo e Giulietta di Zeffirelli del 1968. Tra le oltre centocinquanta colonne sonore da lui composte ho optato senza ombra di dubbio per questa. Impossibile infatti resistere al fascino di cimentarsi col fresco e toccante romanticismo musicale della partitura di Rota. Oltretutto nella città shakespeariana di Romeo e Giulietta. Non c’è in Rota il descrittivismo millimetrico di Prokofiev. Né la drammaticità di Berlioz. E neppure ci sono il fragore e il senso cosmico, quasi estraniante, con cui Ciaikovsky racconta la vicenda dei due giovani amanti veronesi. C’è nella colonna sonora di Rota per il film di Zeffirelli quel qualcosa che nasce dal profondo del cuore, da dentro, che sa farti gioire e un attimo dopo piangere. Circoscritto il campo, definite le tre opere su cui lavorare per questo omaggio, sentivo il bisogno di un trait d’union, di qualcosa che unisse le tre vicende: quella dell’artista osteggiato dal mondo (Molière), quella dell’amore sincero mal visto da genitori ottusi che hanno in mente solo il “buon partito” (Romeo e Giulietta) e quella fiabesca di esseri umani dal cuore puro (La strada) che hanno il candore di certi personaggi di Cesare Zavattini tipo Totò il buono. Ho così pensato a un viaggiatore. È lui il trait d’union. Ovviamente è un simbolo. Non è comunque il destino. Né il demiurgo che poi sarebbe la Morte. Di sicuro è qualcuno che sta sopra le vicende degli umani e potendo dà anche una mano a chi ne ha bisogno come avviene nelle fiabe a lieto fine.

Le Molière imaginaire
Il primo incontro del viaggiatore è con un povero vecchio malato immaginario che poi tanto “malato immaginario” non è. È Molière. Il viaggiatore lo fa tornare giovane, gli fa rivivere l’amore passionale e intenso con Madeleine, quello successivo e tormentato con Armande (di lui molto più giovane) e quello senza grandi slanci con la marchesa Thérèse Du Parc, attrice e ballerina della sua compagnia. Non si sfugge alla musica di Rota che secondo le esigenze di Béjart doveva sottolineare la continua lotta di Molière in difesa del suo amore per la natura, la libertà, la felicità. Era un mondo, quello attorno a Moliére, dove a contrastare la gioia c’erano gli impostori: notabili di corte, medici, ricchi avari, damerini, dame ridicole, misantropi, devoti d’ogni risma. Qui nel balletto quel mondo è il corpo di ballo che danzando con una compostezza che rasenta l’ipocrisia si oppone alla “smisuratezza” e alla “follia” dell’arte. Natura e impostura: queste le due parole più ricorrenti, in antitesi tra loro, nei testi di Molière. Contrapposizione che Rota rielaborò musicalmente per raccontare questo grande artista che visse con passione smisurata l’esperienza teatrale fino alla miseria, alla prigione, alla malattia, alla morte. Al viaggiatore piace Molière e gli dà una mano. Lo fa allora alzare dalla sedia e lo fa andare sul palcoscenico. Lì morirà recitando. Non c’è dolore, non c’è tristezza. Come diceva l’attore Robert Hirsch (un’icona della Comédie Française dal 1952 ai giorni nostri) alla fine dello spettacolo di Béjart, “la natura è viva, Molière è vivo”. Perché l’arte, grazie al cielo, non può morire.

Romeo e Giulietta
Con un salto all’indietro di circa tre secoli, dalla corte di Francia il viaggiatore si ritrova in quel di Verona. Anche qui non sono rose e fiori. Capuleti e Montecchi se le suonano di santa ragione, e in città il bene materiale è la cosa che più conta, più dell’amore e della felicità. Vale anche qui l’antitesi molièriana natura-impostura. Natura è amore, è libertà, è felicità. Romeo e Giulietta sono la natura. L’impostura sono i genitori che pensano solo agli interessi, è la congrega del potere cittadino che non rispetta neanche i ripetuti inviti del principe alla pace. La tragedia di Shakespeare è un’autentica mattanza. Raramente in un’opera teatrale ci sono così tanti morti. Ma non c’è solo la spada a uccidere. L’ipocrisia può fare altrettanto. Più che a Tebaldo e a Mercuzio, giovani vittime innocenti di una guerra tra grandi, ho guardato all’alleanza subdola tra Paride e i genitori di Giulietta. Anche qui il viaggiatore, come era capitato con Molière, si prende a cuore la storia di Romeo e Giulietta. Sono vittime anche loro. Qui non c’è la corte di Francia. Ci sono le famiglie e gli equilibri cittadini da rispettare. Cosa può fare il viaggiatore? Sembrerebbe nulla. Invece, come il cavaliere solitario che, lontano da tutto e tutti, con un gesto di pietà mette fine alle sofferenze del cavallo che si è rotto una zampa, dà una fiala a Giulietta. Veleno o pozione miracolosa che sia, porterà Giulietta da un’altra parte, altrove. E con lei Romeo che finalmente coronerà il suo sogno d’amore in un passo a due con l’amata. Parafrasare la frase di Robert Hirsch e dire che “la natura è viva”, che “Romeo e Giulietta sono vivi” può essere una negazione dell’evidenza. E se veramente fosse così? Se fosse avvenuto un miracolo?
A questo punto mi piace davvero pensare che il viaggiatore abbia dei poteri magici. E siccome non sta dalla parte degli impostori ma delle loro vittime, chi non ne gioirebbe? Tutto sarebbe più facile. In ogni vicenda riuscirebbe a portare in auge la natura e a reprimere l’impostura. Come in Miracolo a Milano (1951) di Vittorio De Sica e in E.T. (1982) di Steven Spielberg, Romeo e Giulietta potrebbero essersi salvati volando via. Poco cambia se su una scopa come in De Sica o su una bicicletta come in Spielberg.

La strada
Dopo la corte di Francia e dopo Verona il viaggiatore capita infine in un luogo che in origine era l’Italia centrale all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. Un luogo dove, tra il litorale di Ostia e le pendici innevate dell’Appennino, una scalcinata coppia di artisti girovaghi si guadagnava a malapena da vivere. Ora quel luogo di fame e disperazione non è più lì, è da un’altra parte, è da tante parti. Ma è la stessa cosa. Sono le storie di sempre. Lui, Zampanò, è un violento che sfrutta e maltratta la buona e indifesa Gelsomina. Poi, quando lei conosce il Matto, un acrobata che sa volerle bene, Zampanò vede in lui il rivale e lo uccide. E morirebbe anche Gelsomina, di crepacuore. Ma interviene il viaggiatore. Fa il miracolo. Riconduce il Matto da Gelsomina. E lui, il Matto, che si rivela un angelo, fa un secondo miracolo: non diventa essere umano perché si è innamorato di una donna. È il contrario. Fa diventare angelo lei. E insieme voleranno via. Gli angeli non scendono solo dal cielo che sta sopra Berlino. E i miracoli non avvengono solo a Milano tra i baraccati o a New York nella 34a strada quando è Natale. Ne accadono più di quanti finiscono con l’essere definiti tali. Merito spesso di “viaggiatori” che all’impostura preferiscono la natura e fanno di tutto perché l’arte e l’amore continuino a farci sperare. Nel nome e nel ricordo, in questo caso, di Nino Rota.

Maria Grazia Garofoli