|
            |
|
Torna in scena al Teatro Romano di Verona nei giorni 12, 13 e 14 luglio 2007 Il sogno veneto di Shakespeare nell'esecuzione del Balletto dell'Arena di Verona, coreografia di Maria Grazia Garofoli, musiche di autori vari, costumi di Anna Biagiotti, scene di Emilio Avesani.
A Maria Grazia chiediamo quali sono le differenze rispetto all'edizione del 2005.

«Se la struttura base resta la stessa, a partire dalla foresta come luogo del sogno, come luogo simbolico dell'"onirico" e del "diverso" dove ci si perde come ci perdiamo nella vita e nei nostri pensieri, in questa ripresa i personaggi shakespeariani (che sono i protagonisti del balletto) appaiono quasi tutti su due livelli: uno reale, dell'azione, l'altro, con sihouette sullo sfondo, che è invece una sorta di proiezione dei loro pensieri. Ecco dunque Giulietta e Romeo che si amano e ricercano la semplicità e la libertà, la nutrice con la sua schiettezza, l'imbranato Paride (il classico buon partito) che obbliga Giulietta a costrizioni accademiche nella danza, Otello e Desdemona tormentati da Jago che tesse la tela per spingere all'odio, alla gelosia omicida, Petruccio e Caterina con i loro giochi... che mentre danzano in primo piano, le loro angosce, le loro gioie, i loro pensieri più reconditi prendono corpo sullo sfondo. E la musica, in questo, arricchita da altri brani rispetto alla prima edizione, fa la sua parte».
Ci sono dunque nuovi brani musicali?
«Sì, grazie al maestro Pietro Salvaggio che ha fatto un grande lavoro di ricerca e di rielaborazione che ha portato a una "continuità musicale" nonostante l'impiego di brani che spesso non hanno parentele tra loro. Arrivando anche a sovrapporli ha messo assieme un corale di Bach per orchestra d'archi, il celeberrimo Greensleeves di anonimo, il Canone di Pachelbel, suites rinascimentali di Ottorino Respighi attinte da autori vari tra cui Ludovico Roncalli, musiche di corte di Enrico VIII e persino musiche di autori contemporanei (è il caso del polacco Henryk Górecki) d'atmosfera però rinascimentale. Brani diversissimi talora uniti tra loro da interventi delle percussioni e da "musiche" della natura come quella del vento».
Dunque anche questa volta il vento sarà molto presente?
«Sì, perché il vento porta dritto al sogno di Shakespeare e accomuna Otello, Romeo e Giulietta e La bisbetica domata. È il vento che scaraventa fiotti d'acqua sopra i fuochi dell'Orsa e causa una furibonda mareggiata in Otello. È il vento, incostante come i sogni, che ora scherza dice Mercuzio in Romeo e Giulietta col grembo gelido del settentrione, ed ora, all'improvviso, in tutta furia, se ne va via sbuffando e volge il volto alle rugiade del Sud. Ed è il vento che, a detta di Petruccio nella Bisbetica domata, fa diventare grosso anche un fuocherello, ma se è troppo forte spegne fuoco e tutto. Perché forse la vita altro non è che un breve transito dove i sogni s'incrociano come fossero vento".
Tra gli interpreti principali Amaja Ugarteche (Giulietta), Antonio Russo (Romeo), Giovanni Patti (Otello), Alessia Gelmetti (Desdemona), Ghislaine Valeriani (Caterina) e Luca Panella (Petruccio).
To play or not to play
If the music be the food of love, play on...
di Maria Grazia Garofoli
La danza, con la pittura, è forse lunica forma darte che, per essere comprensibile, deve fare ricorso a precisi riferimenti archetipici. La mancanza di un linguaggio immediatamente percepibile dal pubblico, come la parola, la rende necessariamente dipendente da situazioni già entrate nella coscienza comune. Più che nel linguaggio parlato, infatti, la danza necessita di tempi lunghi per rinnovare il proprio linguaggio e deve ripartire sempre da una gestualità, oseremmo dire, già catalogata, già sperimentata. La comprensione di un gesto è infatti molto legata al suo essere ripetibile e, dunque, riconoscibile. Sono particolarmente valide per la danza frasi come si riesce a vedere solo ciò che già si conosce. Locchio giunge più lontano là dove è maggiore il numero di cose che già conosce.
Quando lumanità era fanciulla, e gli uomini demandavano ai miti la giustificazione dellincompreso che ogni giorno la realtà proponeva loro, i più curiosi fra essi (gli artisti, i filosofi) cercarono di limitare le ingerenze della divinità e cominciarono a interessarsi alluomo di tutti i giorni, alle sue vicende, alle sue (poche) amenità e alle sue (molte) drammaticità quotidiane. Si crearono così quei riferimenti immediatamente comprensibili a tutti che chiamiamo archetipi. Figli che uccidono i padri, figli o figlie che si uniscono in amplesso amoroso con i propri genitori, fratelli e sorelle che si legano in maniera non naturale, eroi che si ribellano agli dei. Sono queste vicende umane riconducibili, anche se con modalità e sfumature diverse, ad azioni ri-accadibili, modelli riproponibili che, proprio per questo, servono da ri-ammonimento per tutti.
Alla fine del Medioevo e nel Rinascimento, quando gli uomini riscoprirono lantichità greco-romana, quando i gesuiti fecero del greco e del latino il presupposto stesso del loro insegnamento, si ammise che nessuna civiltà è in grado di analizzarsi se non dispone di unaltra civiltà che serva da termine di paragone. Il Rinascimento trovò nella letteratura antica il modo di mettere in prospettiva la propria cultura. È un fatto che gli dei e gli eroi di Omero e dei tragici greci siano stati il serbatoio di tutta la cultura occidentale e che nelletà moderna quasi nessun artista abbia saputo creare una figura con lo stesso valore archetipico di Edipo o di Medea, di Elena o di Antigone. Forse solo Shakespeare ci ha dato personaggi che costituiscono larchetipo di un atteggiamento o di unesperienza comune ad ogni uomo, come, in riferimento al Sogno veneto di Shakespeare, la gelosia (Otello), lamore senza confini (Romeo e Giulietta), la prorompente vitalità ribelle di una donna da maritare (La bisbetica domata).
Per un coreografo del ventunesimo secolo, lopera di Shakespeare, col suo serbatoio di immagini e di figure esemplari, è un approdo sicuro per ogni creazione che voglia essere chiara, comprensibile e coinvolgente per luniverso umano. Lopera coreografica può scorrere fluida, indipendentemente dallo stile interpretativo dato alla tecnica, grazie allessenzialità (già elisabettiana) degli elementi scenici, al coinvolgimento degli spettatori, al copione poetico che anticipa di molti secoli le sceneggiature cinematografiche, alle implicazioni psicoanalitiche ante litteram (ante Freud) dei personaggi e dei loro comportamenti. I fatti sono conosciuti da tutti, nella loro lineare semplicità, non resta dunque che dare inizio alla creazione nella forma narrativa più libera possibile.
La danza, stando alla mitologia greca anche anteriore allo stesso Esiodo, sembra essere la più antica delle arti. In principio era la danza. Al tempo del nulla primordiale, prima del tempo e dello spazio, fu la danzatrice Eurinome a creare, danzando, un vortice cosmico, da cui scaturì il serpente Ofione, i cui denti, dopo alterne vicende, diedero vita agli uomini
Ma basta guardarsi intorno e vedere come tutti i ragazzi e le ragazze del mondo, non importa quale lingua parlino, dedichino al danzare gran parte del loro tempo; danzare può essere veramente il cibo dellanima. La danza è qualcosa che attiene alle necessità di movimento più ancestrali del nostro essere, è espressione antecedente alla parola, è dialogo oltre la parola, è il legame, come dice Jung, con gli atomi stessi costituenti il mondo. Le immagini create dalla danza sono le immagini stesse della vita. Certo, poi ci sono le difficoltà, la tecnica, lo studio, lo stile, i passi
ma non abbiamo timore. Una volta, il detective Marlowe disse ad uninvadente giovincella: Tesoro, nel mio armadio ho cravatte che sono più vecchie di te. Io, celiando il mitico Chandler, potrei dire: Abbiamo più passi noi nellarmadio di quanti anni abbia lo stesso universo
: parola di Zeus.
|
|